An escape plan

13 novembre 2006

Dicono che fuori faccia un gran freddo, viene dalla Siberia, cazzo, deve essere freddo davvero, ma non lo so, io non lo posso sapere.
Non mi interessa sapere quello che c’è oltre la porta di casa mia, sono asociale, non nel senso che non riesco a socializzare, ma inteso come contro la società, non so come si dica in questo caso.
Non esco di casa da due anni, resto al buio tutto il tempo, assecondo solo i miei bisogni principali, ho tolto le batterie ad ogni cosa che ne avesse bisogno per darmi riferimenti temporali.
La settimana scorsa hanno bussato alla porta, non sentivo suonare il campanello da almeno sei mesi, erano i testimoni di Geova, mi hanno chiamato amico, li ho scacciati poco delicatamente, mi bruciavano gli occhi e non riuscivo a guardarli in faccia quando parlavano.
In questi due anni ho attraversato varie fasi, essenzialmente le posso suddividere in tre grandi fasce.
La fase del Ricard. Era quando ho cominciato la mia reclusione volontaria, non c’era nessun motivo vero per prendere una decisione di questo tipo, farneticai qualcosa come scavare dentro alla ricerca dei propri punti vitali, chiusi la porta. In questa fase il mio tempo era per lo più investito nella lettura. Leggevo di tutto, qualsiasi cosa mi venisse a tiro, avevo bisogno di indicazioni che mi mostrassero la strada verso quei benedetti punti vitali. Presto mi resi conto che non aveva senso quello che stavo facendo, soprattutto dopo aver letto l’ennesimo romanzino di un adulto rivolto agli ormoni delle adolescenti, quelle robine che ti fanno scendere il latte alle ginocchia. Fu allora che capii che dovevo fare qualcosa per lo stato di salute della letteratura italiana.
La fase della sambuca. Ero decisamente passato all’azione, avevo deciso di creare, di riempire le mie lunghe ore provando a dare un contributo importante per l’umanità. In quei mesi scrissi qualcosa come cinque romanzi, ognuno a suo modo rivoluzionario. Erano lì pronti, mi osservavano continuamente, tutti i giorni, pacchi e pacchi di fogli dattiloscritti. E non ce la facevo più a scrivere, ma loro mi guardavano, la macchina da scrivere continuava a picchiettarmi nella testa. Decisi di bruciare tutto, per non impazzire.
La fase del Campari. E’ quella che sto attraversando ancora oggi. Sono stanco, vorrei provare a vivere di nuovo, ma non sono sicuro di esserne capace. Fuori non so cosa c’è adesso, io sono ubriaco da due anni ormai, temo di avere una percezione leggermente sfocata della realtà. Se c’è una cosa che mi da fastidio e non capire quello che mi accade quando sono in mezzo alla gente. Non capisco quasi mai, ma se sono solo non mi crea imbarazzo, in gruppo impazzisco e ho paura di svenire e di avere i calzini bucati.
Fuori dovrebbe far freddo, se sono fortunato è venuta giù anche un po’ di neve. Ecco, il momento è perfetto per ritornare al mondo, al buio, senza troppa baldoria.
Sfuggo alla mia reclusione, evado da me stesso.

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