Tutto qui
27 maggio 2007
C’era un ragazzo incinto che per fare compagnia a quello che portava in grembo comincio a raccontargli storie. Erano storie d’amore, storie di vita e storie di morte, storie che forse non erano neanche così interessanti ma è importante l’affetto con il quale le si raccontano.
La gestazione è stata lunga, quasi tre anni, era luglio del duemilaquattro quando accortosi del suo stato interessante cominciava questa avventura.
E’ stato un bel periodo durante il quale sono successe tante cose che a riguardarle ora quasi viene malinconia. Mano mano che i mesi sono passati molti, ma non troppi, si sono affezionati a queste pagine e il ragazzo incinto quasi si trovava a raccontare le sue storie anche per gli altri che volevano ascoltarle.
E ora ce ne sarebbe ancora da raccontare ma questo ragazzo è stanco, non trova più gli stimoli, la gravidanza è giunta ormai alle battute finali e così anche le storie sono finite.
O forse il frutto di questa lunghissima gestazione avrà ereditato la passione per il raccontare favole e anche lui deciderà di andare in giro a fare il cantastorie, non si sa, il ragazzo incinto lo lascia libero di scegliere il suo destino, magari lo seguirà con sguardo preoccupato lungo la sua strada ma mai interferirà nella sua di storia.
Forse dopo una gravidanza di tre anni il ragazzo incinto morirà durante il parto e sarà solo compito del suo frutto provare a perpetuare il suo ricordo, chi può dirlo, lo si scoprirà.
Grazie a tutti coloro che hanno contribuito a portare avanti questa esperienza, con suggerimenti, solidarietà, ispirazione, insegnamenti.
Se questa nuova vita che sta per vedere la luce sarà un po’ interessante sarà anche merito di queste persone.
Thursday morning option
1 marzo 2007
Guidare in autostrada è una cosa deprimente, colpa dell’apatia dei luoghi, che in realtà ti prende anche quando sei a piedi. Guidare in autostrada scatena l’apatia dei luoghi e la noia perché conosci precisamente qual è il punto A dai cui stai partendo e il punto B verso il quale ti stai dirigendo e se questi due punti li colleghi tanto spesso sai anche quanto ti costerà il viaggio. Certo tutto questo non avverrebbe se l’autostrada la si imboccasse giusto per farsi un giro senza destinazione ma c’è sempre il casello prima o poi da pagare che rende il tutto poco conveniente.
Allora tanto vale prendere una strada provinciale tra le colline arrossate dai raggi di un sole fuori stagione e iniziare a percorrerla senza conoscere la destinazione, solo per il gusto di osservare il paesaggio che è molto più affascinante di quello di un’autostrada anche se non ci sono gli autogrill e isoradio.
Poi la destinazione c’è e la raggiungi anche, magari consumando un po’ di benzina in più, un po’ di tempo in più, ma non ne vale forse la pena? Non era come riempire il tempo il tuo problema?
Senza dimenticare l’indiscutibile vantaggio di poter fare inversione a U non appena cambi idea, provaci sull’autostrada a cambiare idea.
Anche quando il mezzo di trasporto sono le gambe il problema è lo stesso, l’apatia dei luoghi. Così se conosci con precisione la destinazione ti capita di tenere un passo sostenuto perchè le gambe cercano di tenere il passo di una mente già proiettata verso la meta finale. Non guardi la gente che incroci, con la mente sei già arrivato ed è un peccato.
E’ che il punto di arrivo non puoi eliminarlo, fosse anche l’ignoto sarebbe pur sempre un punto, allora puoi agire sul percorso. Puoi allungarlo, complicarlo, rivoluzionarlo e mentre lo fai sei così preso a farlo che magari dimentichi anche dove stai andando.
E poi ci sono le persone che come te hanno deciso di scegliere la strada meno corta, meno facile, più intrigante. Anche loro hanno la massima importanza nel viaggio che intraprendi, possono rincuorarti quando ti sembra che una destinazione davvero non c’è, possono darti il cambio alla guida quando pensi di essere troppo stanco e aiutarti a piazzare il cric in caso di foratura. Possono rendere il viaggio unico più di quando qualsiasi strada non possa fare.
Collegare due punti non è soltanto una mera questione geometrica, non è una linea da rendere retta affinchè sia la più corta possibile. Tra i due punti c’è l’abisso, da osservare e scoprire un po’ alla volta rischiando anche di farsi inghiottire. Tra i due punti ci siamo noi e non possiamo far altro che provarci a percorrere questa distanza, la motivazione la troveremo strada facendo, chi ha bisogno di una motivazione quando ha un pugno di mesi sui quali investire nelle tasche?
Falling man
30 gennaio 2007
Noi non parliamo più, non più come una volta. Ora preferisco mettere in scena tutti questi pensieri ridicoli che mi passano per la testa in teatrini di provincia affollati da un pubblico poco esigente, che mi gratifica, che mi fa sentire come se queste non fossero solo stelle, come se fossero davvero le luci del più costoso show della storia, ma sono solo stelle.
Così ho smesso di parlarti, ho pensato che sapessi tutto di me, che non avessi più bisogno dei miei sfoghi per conoscermi. E lo vedi? Ho perso anche naturalezza, prima riuscivo a inondarti con i miei capricci da bambino viziato, un bambino che però riusciva a camminare con gli occhi chiusi e nonostante ciò a vedere lo stesso.
Ora sono lento e impacciato, provo a simulare disinvoltura e spontaneità, finendo per provare ad ingannare soprattutto me stesso.
Ma stasera ho deciso di farti delle domande, sperando che tu non sia abbastanza incazzato con me da non rispondermi. Mi va bene qualsiasi cosa, anche due stronzate per rendermi felice e mandarmi a letto.
Mi sono chiesto se fosse possibile che i pensieri delle persone anche se simili tra loro potessero non entrare in risonanza, mai, in un continuo inseguirsi senza mai toccarsi. Mi sono chiesto se i pensieri potessero chiudere gli spazi, unire i punti, serrare le distanze anche per poco tempo, non ti parlo di chilometri, mi basterebbero anche pochi centimetri a volte. Mi sono chiesto anche se i pensieri soffrono il chiuso della testa, se marciscono e con loro portano a marcire quello che c’è fuori. Mi sono chiesto se i pensieri si possono sentire dal di fuori.
Non lo so se possono fare questo ma li sto affidando a te, aspettando qualche delucidazione, ma va bene anche se me li tieni solo da parte, al sole magari, lasciandogli prendere un po’ d’aria ogni tanto.
Io intanto provo a pensare che è inutile ogni mio sforzo, perché tanto ce l’ho nella geografia il fallimento. Perché sono nato in una terra che non ha mai prodotto niente se non piccoli e volgari arbusti.
L’ultimo chi sarà stato? Forse Vico. Poi in ordine sparso una voce che non si è fatta strada perché troppo poco carina per scoparsi un artista, una reginetta di bellezza che ha avuto la sfortuna di conquistare il suo trono il giorno prima della più grande, almeno mediaticamente, catastrofe del nostro tempo e poco altro. E io cos’avrei in più per fare qualcosa di meglio?
Facciamo niente, che l’aspettativa porta ansia e l’ansia precocità, se però ti viene in mente qualcosa dimmelo, tante volte ci credo.
A mente fredda
15 gennaio 2007
Ogni tanto mi trovo steso sul letto, così quando ho poco da fare, magari a pancia piena. Mi stendo più che altro per guardarmi un po’ le palpebre, che credete, mica dormo. Così quando guardo le palpebre mi capita di pensare anche, ma dei pensieri realisti che sembrano veri, tipo sogni, ma sono sveglio, mica dormo.
L’ho sempre fatto, avete presente le mamme che si lamentano che i loro figli piccoli rompono il cazzo tutto il giorno e non vogliono mai dormire, ecco io non ero così. Sono sempre stato un estimatore del sonnellino, del pesco.
Quando tipo avevo quattordici anni mi ero messo una fotografia del mio motorino dei sogni appiccicata sul soffitto così potevo guardarla fino a quando non mi addormentavo. Succedeva che poi sognavo di comprarlo, di andarci in giro a consumare benzina, di essere bello e giovane.
A parte questo sciocco esempio in generale uno sogna sempre quello che più ha tenuto in giro per la testa durante le ore di veglia, che magari manco se ne accorge ma ha pensato alla sua ex e quando la sogna si ricorda che l’ha pensata e si incazza e si prende a martellate le palle.
Così, fedele alla mia passione per il riposo a pancia piena, ancora oggi mi metto sul letto. Il discorso che poi voglio fare io riguarda anche la notte, non per forza il giorno, ma mi è venuto in mente ora perché mi è capitato ora.
Allora appena ho smesso di guardarmi le palpebre e mi sono alzato mi è venuto in mente quello che stavo pensando fino a poco prima. All’inizio ero anche contento perché tutto sommato era una cosa bella, poi però mi sono accorto che ultimamente magari questa cosa la tengo a girare nella testa più spesso del solito, allora mi sono un po’ preoccupato.
Che poi alla fine neanche sono stato mai un grande appassionato, diciamo un sobrio estimatore, quello si. Però se faccio il conto di quante volte mi capita di pensarci forse mi rendo conto che sto diventando quasi un fanatico. La verità sta nel mezzo, perché alla fine se hai fame ti faresti anche una scorpacciata di lupini, ma è la fame a ingannarti, che poi a pancia discretamente piena qualche lupino lo mangi pure ma non esageri.
Però il succo del discorso è questo, la vita da single dicono sia bella, io la chiamerei la vita da solo comunque, per carità posso appoggiare questo punto di vista, però pure ha i suoi limiti. Perché qua mica ci sono i break di primavera e i martedì grassi con le donne che si spogliano e si concedono anche a quelli con la pancia. Qua abbiamo vinto un mondiale qualche mese fa e forse a molti di quelli che erano con me in piazza non capiterà più una cosa del genere, ma nonostante questo io non ho mica trovato qualcuna che avesse voglia di una sana scopata da campione del mondo, sai di quelle catartiche e empatiche, da orgasmo collettivo, no, non l’ho trovata. Non l’ho nemmeno cercata, però in quelle occasioni non ce ne dovrebbe essere nemmeno bisogno, almeno credo.
Sono tanti piccoli ragionamenti che mi fanno arrivare ad un dubbio. Secondo me è mica vero che ci sono cose che non si dimenticano, tipo andare in bicicletta o magari leggere. No perchè secondo me io un po’ me lo sono dimenticato, non voglio esagerare col misticismo e dire che sono tornato virgineo, e una piccola ripassatina così, ogni tanto, mi sa che la dovrei fare, giusto per rivedere gli argomenti principali.
E’ giusto un idea, così per dire. Quando mi guardo le palpebre a qualcosa devo pensare.
Diamonds on the inside
29 dicembre 2006
Questa pagina bianca di merda mi guarda, curiosa, severa. Vuole che la completi, che la segni con le mie parole e mi guarda. Che vuoi che ti scriva? Si, è vero, di cose da dire ne avrei, ma non è colpa mia se si perdono un attimo prima di essere sputate fuori. E’ la paura che mi fotte, le vedo le parole mettersi in cerchio intorno a me e prendermi per il culo, bastarde, mi scoprono incapace di esprimere quello che ho dentro.
Per esempio vorrei scrivere a te, dirti che mi piacerebbe che tu avessi tutto il meglio che c’è, ma poi, come al solito, mi perdo nella forma, nei dettagli, nel dubbio, ce lo metto o non ce lo metto un pezzo di me. Così non trovo di meglio da fare che bere, dico, mi verrà qualcosa fuori con più facilità, poi non mi viene, l’italiano non si vuole piegare alle mie sensazioni e allora dormo, sperando di sognarle quelle parole. Inutile parlare del risultato, nessuno.
Un po’ di maieutica, quello mi ci vorrebbe, qualcuno che sappia tirarle fuori le cose che mi galleggiano in testa, un aiuto, che cazzo. Ma evidentemente è chiedere troppo, per questo mi rassegno e parlo dell’assenza di parole, dell’assenza di azioni, dell’assenza, tutto qui.
Solo un pensiero
23 dicembre 2006
Ci sono dei posti che sono ancora “vivi” per il solo fatto di essere collocati nel mondo. Se così non fosse sarebbero ancora alle prese con le scintille per veder sbucare la prima fiammella. L’inconsapovolezza di tutto questo da parte di chi li abita rende solo meno doloroso il mio prenderne atto. Piuttosto che restare gelosamente attaccato ai miei pensieri, alla mia vita, scelgo l’imbarbarimento anche io.
Questi posti se non fossero nel bel mezzo del mondo sarebbero entrati in un circolo vizioso e monotono in cui tutti i giorni, gli anni e le ere sarebbero passati uguali. Forse anche le stagioni sarebbero state sconfitte, forse anche la morte.
Dirlo meglio
13 dicembre 2006
E’ passato più di un anno da quando scrivevo un post in cui immaginavo un’esistenza al contrario. Alla fine mi sono chiesto come sarebbero state le nostre vite se il ciclo biologico fosse al contrario? Non mi diedi una risposta.
Oggi sul suo blog Efraim Medina Reyes risponde a quella domanda. Molto meglio, si vivrebbe molto meglio, per una serie di motivi.
Poi si capisce perchè io continui a scrivere imperterrito di stronzate di vario tipo su un’inutile quanto sconosciuto blog mentre le sue di stronzate vanno sull’Internazionale.
Questione di stile.
Same ghost every night
7 dicembre 2006
Le notti qui passano tutte uguali. Il mio orario preferito è dopo la mezzanotte. In quel momento tutto si riveste di una luce calda, avvolgente. L’odore di vodka risale lungo le pareti dei nostri apparati digerenti e si spande tutto intorno. L’orchestra ci suona Davni Chasy o qualche altro canto popolare e noi balliamo scambiandoci donne, promesse e illusioni. Per un attimo posso dimenticare che fuori c’è la neve, che non ho una casa dove dormire e non ho un lavoro fisso (non ho un lavoro). Non ho nemmeno tanti soldi (non ho soldi), ma abbastanza per potermi prendere questo pezzo di questa lurida città ogni santa notte.
Questo non è un posto pericoloso, proprio no. Certo ogni tanto qualcuno ci resta secco, c’è sempre qualche bicchiere troppo vuoto e qualche problema da regolare. Ma tutto finisce nel momento dello sparo e dei successivi cinque secondi. Il botto zittisce tutti per un secondo, anche la banda si ferma, il tempo di capire che è tutto tranquillo, che qualcuno trascinerà fuori lo sventurato dai piedi, poi con un cenno del violinista tutti riprendono a suonare, Davni Chasy ancora. Ricomincia la vita, prepotente e strafottente.
Di solito le serate qui non finiscono mai alla chiusura. Noi disperati abbiamo un disperato bisogno di condividere la nostra miseria con quella dei nostri simili, per misurarla, per sentirla meno drammaticamente presente. Così finiamo per trovarci un buco da dividere con l’amore di una notte, diverso ogni notte, ma così simile a tutti gli amori vissuti.
Quando il sole risale ad illuminare questa pallida terra per noi è tempo di sparire, di riposare in attesa del prossimo giro che dista solo dodici ore e qualche corsa fuori da un supermercato.
A colpi di dodici ore alla volta arriveremo alla fine, senza onori e senza infamie, avremo i nostri cinque secondi di silenzio dall’orchestrina. Perché la gente di qui, quelli come me, non possono sperare in niente, la buona quanto la cattiva sorte non ci considera, semplicemente non siamo in lista. Viviamo in un limbo fatto di piccoli giorni tutti uguali, dove non ci sono emozioni, non c’è speranza. Solo bevute di pessima qualità, sensazioni avariate e sottoprezzo, donne troppo truccate per nascondere gli anni che sono sempre troppi o troppo pochi.
Per errore
21 novembre 2006
Cadere sempre più in basso, precipitare agevolando la forza di gravità.
Una volta anche questo ragazzo che gli amici chiamano Conny era come voi. Aveva dei genitori che gli volevano bene, che sognavano i suoi sogni e facevano di tutto affinché si realizzassero. E tutto è andato bene fin quando non si è accorto di questo, finché non si è sentito geloso delle sue ambizioni, a quel punto ha deciso di cambiare.
Ha sfidato chi gli stava vicino a condividere nuovi desideri. Ha iniziato a sognare di solitudine, di fughe reali e immaginarie. Piano piano si è allontanato dal mondo in cui viveva per crearne uno tutto suo.
Sapeva che in quel modo stava rovinando tutto compreso la sua vita, ma più acquistava consapevolezza di questa cosa più ci provava gusto. Era irriconoscibile, parlava poco, passavano anche giorni senza che rivolgesse la parola a nessun essere che possa ritenersi vivo. Non aveva più amici, non aveva più una madre e un padre e cadeva, sempre più giu.
Spesso insegnare quello che è giusto e quello che è sbagliato non è pedagogicamente corretto. Non almeno con persone dalla spiccata sensibilità, Conny era una di queste. A volte sentiva come una lama calda risalire dallo stomaco fino alla gola, gli si illuminavano gli occhi e capiva che poteva provare a sbagliare ancora una volta. E così è successo anche quella volta, la stessa sensazione lancinante nell’esofago, la stessa voglia di inseguire una fantasia pericolosa.
E ora è lì, non è morto, non è vivo, è semplicemente fermo, sospeso. Il silenzio di quella camera pulita di ospedale è così piatto, stride con i grafici così articolati tracciati da un ago che dovrebbe tradurre la sua attività cerebrale, le sue emozioni.
Rassegnazione e speranza intorno a lui si muovono in una danza triste e malinconica. Forse stava sognando di morire, il suo ultimo sogno, il suo ultimo ballo con la donna che gli ha preso e stritolato il cuore, la sua ultima scopata con la più conturbante delle dame, l’ultimo bacio alla sua compagna di vita.
Il circolo
30 ottobre 2006
Un narcisista non si innamora mai di un altra persona, sempre di se stesso. Si innamora della sua immagine riflessa negli occhi della persona che ha di fronte. L’amore va in cerca proprio di questa situazione, per ricacciare il narcisista in un circolo, virtuoso o vizioso a seconda dei punti di vista, che lo porterà ad affrontare sempre i soliti mostri.
Il narcisista è orgoglioso e si specchia negli occhi delle persone che incontra, non tollererebbe mai di veder riflessa un’immagine di se disdicevole. Proprio per questo inizia ad indaffararsi per far si che l’immagine che gli si parerà davanti agli occhi sia la migliore possibile.
In quel momento il narcisista è fottuto, perché, conoscendo bene il suo lavoro, il più delle volte ci riesce a specchiarsi come vorrebbe. Il problema è che un narcisista si innamora della sua faccia riflessa, le persone non affette da questa grave patologia invece si innamorano sul serio. Il narcisista ha paura in questi casi, non sa cosa fare, non capisce come sia possibile una cosa del genere, come sia possibile innamorarsi di qualcosa che non sia un semplice riflesso e vorrebbe scappare lontano. Ma è un narcisista e allora finisce per piacergli quello che vede di fronte.
Così si trova incastrato in quel circolo vizioso o virtuoso che tanto lo debilita. Perché prova a migliorare per piacersi di più e alla persona che ha di fronte piace sempre di più, entra sempre più in profondità, ma anche le aspettative salgono, il narcisista non ha paura, può ancora migliorare, un passo dopo l’altro. Fino a quando arriva a piegarsi sotto il peso dell’immagine che si è creato e inizia a bere.
Di solito succede che alla fine il narcisista viene scoperto per quello che è, un narcisista del cazzo, allora finisce il gioco, il circolo si apre e viene abbandonato come un cane sull’autostrada. Almeno in questa circostanza riesce a capire che il danno d’immagine può essere tollerato ed era quanto mai necessario.
Inizia a ripromettere a se stesso che non cadrà mai più in questo errore, che si limiterà a specchiarsi nello specchio del bagno e non negli occhi delle persone che incontra, mentre lo pensa lo desidera, anche se teme di non essere ancora pronto.
I narcisisti finiscono in due modi più o meno. Può capitargli di incontrare una persona affetta dalla sua stessa sindrome, ma in maniera più acuta, finisce per innamorarsene davvero e conclude la sua esistenza partecipando ogni lunedì sera alle riunioni di un qualche gruppo di recupero. Oppure si iscrive ad una sex division al ribasso, dove vince chi si umilia di più.