Thursday morning option
1 marzo 2007
Guidare in autostrada è una cosa deprimente, colpa dell’apatia dei luoghi, che in realtà ti prende anche quando sei a piedi. Guidare in autostrada scatena l’apatia dei luoghi e la noia perché conosci precisamente qual è il punto A dai cui stai partendo e il punto B verso il quale ti stai dirigendo e se questi due punti li colleghi tanto spesso sai anche quanto ti costerà il viaggio. Certo tutto questo non avverrebbe se l’autostrada la si imboccasse giusto per farsi un giro senza destinazione ma c’è sempre il casello prima o poi da pagare che rende il tutto poco conveniente.
Allora tanto vale prendere una strada provinciale tra le colline arrossate dai raggi di un sole fuori stagione e iniziare a percorrerla senza conoscere la destinazione, solo per il gusto di osservare il paesaggio che è molto più affascinante di quello di un’autostrada anche se non ci sono gli autogrill e isoradio.
Poi la destinazione c’è e la raggiungi anche, magari consumando un po’ di benzina in più, un po’ di tempo in più, ma non ne vale forse la pena? Non era come riempire il tempo il tuo problema?
Senza dimenticare l’indiscutibile vantaggio di poter fare inversione a U non appena cambi idea, provaci sull’autostrada a cambiare idea.
Anche quando il mezzo di trasporto sono le gambe il problema è lo stesso, l’apatia dei luoghi. Così se conosci con precisione la destinazione ti capita di tenere un passo sostenuto perchè le gambe cercano di tenere il passo di una mente già proiettata verso la meta finale. Non guardi la gente che incroci, con la mente sei già arrivato ed è un peccato.
E’ che il punto di arrivo non puoi eliminarlo, fosse anche l’ignoto sarebbe pur sempre un punto, allora puoi agire sul percorso. Puoi allungarlo, complicarlo, rivoluzionarlo e mentre lo fai sei così preso a farlo che magari dimentichi anche dove stai andando.
E poi ci sono le persone che come te hanno deciso di scegliere la strada meno corta, meno facile, più intrigante. Anche loro hanno la massima importanza nel viaggio che intraprendi, possono rincuorarti quando ti sembra che una destinazione davvero non c’è, possono darti il cambio alla guida quando pensi di essere troppo stanco e aiutarti a piazzare il cric in caso di foratura. Possono rendere il viaggio unico più di quando qualsiasi strada non possa fare.
Collegare due punti non è soltanto una mera questione geometrica, non è una linea da rendere retta affinchè sia la più corta possibile. Tra i due punti c’è l’abisso, da osservare e scoprire un po’ alla volta rischiando anche di farsi inghiottire. Tra i due punti ci siamo noi e non possiamo far altro che provarci a percorrere questa distanza, la motivazione la troveremo strada facendo, chi ha bisogno di una motivazione quando ha un pugno di mesi sui quali investire nelle tasche?
Falling man
30 gennaio 2007
Noi non parliamo più, non più come una volta. Ora preferisco mettere in scena tutti questi pensieri ridicoli che mi passano per la testa in teatrini di provincia affollati da un pubblico poco esigente, che mi gratifica, che mi fa sentire come se queste non fossero solo stelle, come se fossero davvero le luci del più costoso show della storia, ma sono solo stelle.
Così ho smesso di parlarti, ho pensato che sapessi tutto di me, che non avessi più bisogno dei miei sfoghi per conoscermi. E lo vedi? Ho perso anche naturalezza, prima riuscivo a inondarti con i miei capricci da bambino viziato, un bambino che però riusciva a camminare con gli occhi chiusi e nonostante ciò a vedere lo stesso.
Ora sono lento e impacciato, provo a simulare disinvoltura e spontaneità, finendo per provare ad ingannare soprattutto me stesso.
Ma stasera ho deciso di farti delle domande, sperando che tu non sia abbastanza incazzato con me da non rispondermi. Mi va bene qualsiasi cosa, anche due stronzate per rendermi felice e mandarmi a letto.
Mi sono chiesto se fosse possibile che i pensieri delle persone anche se simili tra loro potessero non entrare in risonanza, mai, in un continuo inseguirsi senza mai toccarsi. Mi sono chiesto se i pensieri potessero chiudere gli spazi, unire i punti, serrare le distanze anche per poco tempo, non ti parlo di chilometri, mi basterebbero anche pochi centimetri a volte. Mi sono chiesto anche se i pensieri soffrono il chiuso della testa, se marciscono e con loro portano a marcire quello che c’è fuori. Mi sono chiesto se i pensieri si possono sentire dal di fuori.
Non lo so se possono fare questo ma li sto affidando a te, aspettando qualche delucidazione, ma va bene anche se me li tieni solo da parte, al sole magari, lasciandogli prendere un po’ d’aria ogni tanto.
Io intanto provo a pensare che è inutile ogni mio sforzo, perché tanto ce l’ho nella geografia il fallimento. Perché sono nato in una terra che non ha mai prodotto niente se non piccoli e volgari arbusti.
L’ultimo chi sarà stato? Forse Vico. Poi in ordine sparso una voce che non si è fatta strada perché troppo poco carina per scoparsi un artista, una reginetta di bellezza che ha avuto la sfortuna di conquistare il suo trono il giorno prima della più grande, almeno mediaticamente, catastrofe del nostro tempo e poco altro. E io cos’avrei in più per fare qualcosa di meglio?
Facciamo niente, che l’aspettativa porta ansia e l’ansia precocità, se però ti viene in mente qualcosa dimmelo, tante volte ci credo.
La terza ultima notte
7 gennaio 2007
E’ quella che non è mai cominciata perché già finita. E’ fatta da due specchi che non smetterebbero mai di guardarsi, due specchi che si infrangono alle prime luci di un nuovo giorno. E’ una creatura morta che non sarebbe dovuta nascere e che forse non è nata. Una creatura morta per troppa fame che non poteva essere saziata. E’ un aborto doloroso, inevitabile, tanto era il desiderio di una nuova vita e così poche erano le possibilità di vederla fiorire.
I due specchi si sono sfiorati, si sono specchiati, poi si sono allontanati. Nel vuoto si sono insinuate le domande e presto sarebbero sbocciati i rimpianti, ma non si poteva, troppo semplice, troppo banale.
Quella notte una ragazza ha perso un treno sotto il quale avrebbe voluto finire schiantata, quella notte un ragazzo non ha trovato niente di meglio da ricordare di un cielo all’alba dentro il quale sarebbe voluto precipitare.
Sembrava tutto così plausibile, sembrava tutto così romantico, era tutto così stupido, prevedibilmente.
Prima sono state le mani, poi gli odori, poi soltanto gli occhi, alla fine nient’altro che immagini sempre più sfocate.
Sembrava tutto così poeticamente giusto, talmente giusto che quei due ragazzi se ne sono accorti subito della stronzata che avevano appena messo in scena, se lo sono anche sussurrato.
Quando il baratro si è aperto quella notte ha provato a ricucire lo squarcio, con tutte le sue forze, senza nessuna speranza, ma non lo sapeva, non poteva.
In quel momento, quella notte ha capito che non sarebbe bastata. Non basta la notte, non sempre.
Vitamina
27 novembre 2006
Una patina ti avvolge il cuore e il cervello o forse qualcos’altro, forse non sai neanche con precisione quale parte del tuo corpo è vittima di quest’attacco. Però sai che il cervello ne risente e ti lascia sputare fuori parole che non riesci a ponderare e ti mortifichi perché lo vorresti, sai anche che il cuore ne risente perché i suoi battiti sono sempre più irregolari e se non sapessi che non è possibile penseresti che qualche volta si è anche fermato per rifiatare.
Senti che la tua vita ti sta passando davanti come un film che non vuoi vedere, come il film sbagliato, come una serie di trailer in attesa del capolavoro che stai aspettando. E non ti piace questa sensazione, te la prendi con te stesso per l’attesa di questo capolavoro quando tutto quello che volevi qualche tempo fa era solo gustarti qualche semplice commedia. Ma forse non sei mai stato portato per il genere e per quanto possa sforzarti il palato non lo cambi.
Fumi una sigaretta dopo l’altra come se ogni tiro portasse con se anche la lancetta dei secondi per spingerla a camminare più velocemente, ma non funziona così, l’unica cosa che va via è la voce coperta sempre più da colpi di tosse che scuotono con violenza.
Hai provato anche a bere, sempre per costringere il tempo a dimenticarsi di te, a scorrere indipendentemente dalla tua attesa senza tempo. Tutto quello che hai ottenuto è stato un alito di carogna che non ha fatto altro che rendere più patetiche le tue richieste di aiuto.
E’ che non riesci a toglierti dalla testa un sogno, anzi non vuoi togliertelo dalla testa. Lo riproduci in continuazione nei tuoi occhi e tremi ad ogni imperfezione che compare sulla pellicola perché sai che non potrà fare altro che rovinarsi fino a non essere più riproducibile.
Ricordi? Parlava di un quadro bellissimo e di te che non avresti mai smesso di ammirarlo, di toccarlo con stupore, di baciarlo delicatamente, il più possibile, con la paura di rovinarlo.
Però finisci sempre per ottenere quello che temi, perdi la freddezza e diventi come un elefante in una cristalliera, se solo riuscissi a far capire che agli elefanti piacciono i cristalli.
Solo un’ultima volta ancora, un ultimo sogno, dici che solo quello ti basta per non dimenticarlo più, mentendo a te stesso.
La seconda ultima notte
2 ottobre 2006
Salutare per scherzo. Forse per dovere, per non lasciare niente di intentato, per mettere l’ennesimo seme in una terra quanto mai vogliosa di veder nascere un fiore. Perchè alle cinque del pomeriggio a certe latitudini di solito si è già bevuto a sufficienza, perchè non ti dispiace e certe controversie da reception ti hanno colpito, ok sei solo più recettivo.
Chiacchierare per scherzo. Per continuare quello che si era cominciato, per dare acqua a quel seme interrato qualche ora prima, per ingannare il tempo tra un bicchiere e l’altro. Perchè intorno a quel tavolo, di fronte a quel piatto tipico italiano c’eri tu e c’era lei e c’erano tanti altri, ma lei era decisamente meglio, perchè si fa gioco di squadra, perchè si fa cameratismo, perchè alle dieci di sera a certe latitudini si è già bevuto oltre la sufficienza.
Baciare per scherzo. Per dare un senso a tutto l’ottimo slang esibito fino a quel momento, per infliggere un colpo letale ai tempi morti che puntualmente muoiono sempre di più, per verificare finalmente se la terra ha finalmente partorito un fiore, un germoglio. Perchè ad un certo punto le parole finiscono e in una lingua che non è la tua quel certo punto arriva ancora prima, perchè la psichedelia può risultare simpatica ma dopo un po’ perde la sua efficacia, perchè all’una di notte a certe latitudini si è già bevuto.
Baciare sul serio. Per soffocare il magone che prende quando si pensa che tutto questo finirà, che tutto questo se ci pensi solo un secondo sta già finendo e se ci pensi ancora un attimo è già finito, per non pensare, per succhiare un sapore e cercare di incollarlo sulle tue papille, per non dimenticarlo, per raccogliere quel fiore che tanto hai curato e altrettanto aspettato. Perchè ad un certo punto le parole non servono e una lingua che non è la tua sta lì a ricordartelo, perchè alle tre di notte a certe latitudini quello che si è bevuto è ormai stato scaricato in mare.
Chiacchierare sul serio. Per stillare pezzi di lei da ogni sua parola, da ogni suo sguardo, da ogni suo gioco, per farsi promesse da bambini, per credere a quelle promesse dimenticando quante volte le hai viste morire col tempo, affamate, assetate. Perchè il tempo sta per finire, perchè ti è venuta fame, perchè lo sapevi che sarebbe andata così, perchè alle cinque del mattino a certe latitudini non ci sono alternative e il copione è soltanto uno e ti tocca seguirlo fedelmente.
Salutare sul serio. Per la prima volta, poi per la seconda, sapendo che ognuna di queste potrà essere l’ultima, per l’ultima volta, per non dimenticare, per deporre sul suo seno quel fiore che tolto alla sua terra piano piano perderà la sua bellezza. Perchè il tempo finisce, perchè gli aerei partono, perchè domani è oggi, perchè i due mondi si sono incontrati e adesso devono separarsi, perchè questo copione lo conosci molto bene, perchè alle sei del mattino anche a certe latitudini è troppo presto per iniziare a bere.
Perchè qualcuno cantava che niente è per sempre, ma tu ricordi che qualcun altro cantava che niente finisce davvero.
La prima ultima notte
4 settembre 2006
Facciamo un rapido passo avanti, rivedo in scorrimento veloce le scene che ci conducono fino al punto che intendo usare come partenza. Vedo gente cadere, burattini impazziti schizzano alla velocità della luce per portarmi fino al momento decisivo. Ecco, ancora un altro po’. Bene possiamo fermarci qui, può andare bene.
Due giovani si baciano teneramente, lui le tiene il viso fra le mani mentre lei dice che non lo dimenticherà, ha tutta l’aria di essere un ultimo bacio, un addio. Lui sembra un po’ sfatto, forse si sta commuovendo, forse semplicemente non ci sta capendo un cazzo e trattiene il conato a stento. Lei sembra essere quasi riconoscente, ma da come ondeggia neanche lei deve essere al massimo della forma. Ma è una bella scena, anche l’autista del bus alle loro spalle deve pensarla così, scommetterei di averlo visto tirare su con il naso commosso. Ecco che lei sale a bordo, prende il suo posto, un ultimo sguardo a terra e via. Lui resta solo con un indirizzo fra le mani, un po’ spaesato, Empty Alcohol Bottle delle Ian Fays come sottofondo. Si dirige verso la metropolitana, poi torna su preso da un raptus di romanticismo, inizia a camminare con la città che si risveglia sotto di lui, un po’ alla volta.
Titoli di coda.
Ecco questa scena, la sua drammaticità, il potere di quell’addio così struggente, quegli occhi che non sembravano volersi perdere di vista, questo è la scena che mi interessava mostrare. Un momento molto cinematografico, seppure un po’ scontato, d’altra parte la vita è scontata. Le vite di quei due ragazzi erano normali, azzarderei quasi banali almeno per quanto riguarda il protagonista maschile. Ma la vita non fa schifo per questo, riesce talvolta a sorprenderti e lo fa proprio mentre hai infilato le dita nel naso.
Si perchè la poesia si concentra tutta in questa scena finale, in questo lungo (neanche tanto) bacio finale di due persone che non si rivedranno mai più. Si perchè se prendi tutta la storia che ha condotto a questo momento non è poi granchè, anzi, diciamo che è quasi di merda. A dimostrare la teoria per la quale l’esistenza tende per lo più ad essere piatta.
I due ragazzi in questione sono arrivati alla stazione sudati, prendendo un taxi solo quando le loro esigue casse gli permettevano di coprire la distanza. I due ragazzi avevano entrambi esagerato con gli alcolici e si erano trovati insieme solo per selezione naturale, tutti gli altri erano caduti in battaglia, uno alla volta, uno a uno. Il ragazzo non aveva neanche dove passare la notte, fatta eccezione per una scomoda sedia di una reception, abusivamente. Naturale che si fosse offerto per quella breve scampagnata, se non altro per riuscire a far passare le ore notturne in maniera più scorrevole. D’altra parte lei non aveva declinato l’invito, aveva esagerato lo abbiamo detto, da sola forse nemmeno ci arrivava su quel bus. Insomma niente amore travolgente, niente passione, niente di niente.
Non era nemmeno l’ultimo bacio pensandoci bene, anzi lo era, ma si commetterebbe una grave leggerezza omettendo il dettaglio che era anche il primo bacio.
Primo e ultimo se messi insieme diventano unico, come quella notte, quella loro ultima notte. Ecco deve essere stato questo che mi ha colpito. Basta, nient’altro.
minipost #32
28 agosto 2006
Eh si anche quest’anno l’estate c’era, ma l’ho vista rinsecchita, quasi autunno. Sarà l’effetto serra.
Versus
26 maggio 2006
Sono due mondi che si confrontano, il vecchio contro il nuovo, la tradizione contro la traduzione. E così che capita che la giovane America si trova di fronte alla smaliziata Europa. La partita non può che essere totalmente fuori da ogni schema.
Ci sono silenzi che aspettano solo di sciogliersi in un bicchiere di birra, come una pasticca di aspirina c. Risultato assicurato, le rosse lavorano come devono e scorrono sotto i nostri occhi e sotto le nostre lingue come fossero fiumi in piena. Perchè ci sono maglie da conquistare e maglie da sfilare.
La seconda lingua tira un calcio alla prima, che si defila e lascia il campo. Ti trovi a capire gli altri, the others, e non decifri il resto, la parte più semplice.
Presto l’arena si trasforma in un desolato camposanto, fatto di croci, le nostre croci che noi stessi abbiamo pensato bene di piantare sui nostri inutili corpi, ma quanto li amo. Era il tutti contro tutti, tutti senza nessun obiettivo. Fenomeni da baraccone allo sbaraglio, che in virtù di un tanto sbandierato old style provavano a uscire indenni da iperboli difficili da seguire anche solo con gli occhi.
Solo quando tutti gli ultimi respiri sono esalati, annientati da una battaglia, senza nè vinti nè vincitori, ma comunque vinta, ricordando la vacuità del nulla che dava un senso ad un traguardo che non esisteva.
Quello che rimane lo ammiri al sole del giorno dopo, bucato, un sole che vede la nostra animosità sciogliersi come la medusa. Restano risate senza significato, se non per chi ha i ricordi dentro, e alito putrefatto di carogna.
Non poteva funzionare e non lo ha fatto, non si stravolgono i pronostici, non quando siamo noi stessi a farli. Nostro malgrado continuiamo a essere i migliori allibratori delle nostre esistenze.
Perchè il nuovo ce l’ha in testa il pallino del successo, quasi da riscatto per un’inferiorità intellettuale vecchia qualche secolo, come se in qualcosa come seicento anni si potessero recuperare due millenni.
Siamo sbilenchi, siamo senza futuro, ma solo perchè preferiamo scoprirlo un poco alla volta.
Sarò romantico, ma io voglio dirlo, non potrei farne a meno di questo marciume europeo.
Corruzione e desiderio
18 maggio 2006
Alla nascita tutto è pulito. Siamo talmente puliti che anche la donna che ci porta dentro torna ad essere pulita. Poi la vita, la voluttà, il tempo, tutto ci sporca. Ci troviamo senza nessuna via di scampo ad essere sporchi. Non c’è niente che si possa fare, lo sporco è per sempre, diventermo carne marcescente che cammina. E moriamo sporchi, non c’è nessuna purificazione, nessun perdono. Siamo sporchi.
E com’è che ci ritroviamo qui, noi due, così sporchi? Dove siamo stati e cosa abbiamo fatto per diventarlo?
Hai perso tempo per prepararti, ora corri quando non c’è più nessuno, ma sei ancora sporca.
Vuoi saperla la verità? Te la dico io la verità. E’ che ci si sporca vivendo, giorno dopo giorno. Non è una cosa improvvisa, non c’è una linea di demarcazione netta, non è il giorno e la notte. Succede poco a poco, come dal buio all’alba, come dall’amore alla noia. Non c’è più niente che tu possa fare, sei sporca.
Non devi preoccuparti, com’è inutile che tu ti strappi i capelli, come sono inutili quei graffi che ti fai di nascosto sulle cosce, ma succede anche a me. Mi guardo allo specchio e, ogni pomeriggio, mi trovo sempre più sporco.
La differenza che c’è tra noi due è che io capisco perfettamente che non c’è niente che si possa fare una volta che si è cominciato.
Ed è inutile che provi a pulirti, stai diventando come una macchia lavata malamente, non fai altro che sporcarti ancora di più, come trucco che cola sotto i colpi delle lacrime.
Per questo non potrai mai piacermi, per questo non potrebbe funzionare tra noi, siamo tutti e due troppo, irrimediabilmente, sporchi.
Com’è difficile piccola mia restare puliti, non posso fare a meno di innamorarmi quando scopro il candore. E’ più forte di me ma so che devo controllarmi, perchè non posso corrompere il bianco virginale con il mio lezzo.
E carne bianca che scappa strisciando dalla sua camicia, liscia come il latte, bianca come la seta. Quegli occhi che ancora di tanto devono riempirsi non possono non attrarre la mia curiosità. Vorrei tanto provare a guardarti, ma finirei per sporcarti. Non posso far altro che rifletterti e dimenticare, solo per poco, la mia decomposizione.
Punto di fuga
9 maggio 2006
Magari, domani dovrei ritrovare il mordente. Archiviare frittate di uova andate a male e inutili trasmissioni, con inutili ospiti, trasmesse su inutili emittenti televisive, ad orari anch’essi inutili.
Però c’è un qualcosa sotto pelle, forse nel sangue, che mi hai lasciato, solo quello tra l’altro, qualcosa dicevo, che mi tiene soggiogato, magari fisicamente non più, ma emozionalmente di certo.
Perchè poi questo è un momento che non vale nemmeno la pena di essere vissuto, perchè, guardando più attentamente, non succede niente che non sia già successo, riproposto in chiavi diverse, come dire un piatto di pasta al sugo con i pelati al posto dei pezzettoni.
Per quanto io mi sforzi di essere libero, per quanto io possa credere di esserlo veramente, per quanto tu non sia mai stata assolutamente niente di più che qualche ormone stagionale nel mio corpo, per quanto tu sia subdola nel tuo strisciare dentro di me, per quanto possa negarlo appunto, non posso far altro che mentirmi.
E per sfuggire idealizzo popoli che non sono il mio, agognando infine di essere uno di loro, di bere come loro, di amare come loro, di vivere, nel vero senso della parola, come loro, di lasciarmi morire come loro, con calma però, mica ora.
Perchè ti basta poco per ribadire il tuo controllo, un saluto, una semplice smorfia fatta con le labbra. Io si, sono diventato bravo a dissimulare, a mostrarmi sano, ma tanto tu lo sai che non è così vero? Mi trovo come un perdente a osservare ancora una volta quei tuoi passi che non mi sono mai appartenuti, nè mai ho potuto percorrerli con te. Ma tant’è, inutile stare qui a rinvangare, le occasioni le abbiamo avute, così mi hai fatto credere, ora non è più il tempo.
Anche il mio corpo dovrei curarlo di più. Prendi in Brasile, pare che lì abbiano una cura dell’igiene fuori dal normale. Roba di docce che durano anche venti minuti, strigliamenti che neanche se un corpo fosse stato immerso per mesi nella pece se ne sentirebbe il bisogno. E io che più di cinque giri di lancetta in una giornata non li spendo per curarmi.
Ma non è ancora finita, quanto detto era già ampiamento risaputo. Perchè adesso anche nel sogno devo piegarmi alla tua tortura. Sei riuscita a fare della mia oniria il tuo mezzo preferito per infliggere dolore. Il peggior dolore. Quello che prima ti accarezza, poi ti ruba il fiato con un risveglio pieno di delusione.
Lasciami in pace o dammi la pace, per te è solo un gioco, talmente scontato che nemmeno te ne accorgi di condurlo, per me è lo stomaco, il fegato e forse il cervello.
Forse sono solo dettagli che fanno stridere gli ingranaggi, forse sono solo i dettagli a dare un senso al comunque inutile scorrere del tempo.