Siamo tutti dei cani *
9 ottobre 2006
Siamo tutti dei cani. In calore, dietro l’osso. Poco importa la razza, noi siamo segugi, ma ci sono barboncini, pechinesi e bassotti.
Siamo tutti dei cani, in calore, purtroppo il portamento lascia il campo alla contingenza in pochissimo tempo. Inseguiamo l’osso, lo portiamo con noi, lo mettiamo in una buca, ci pisciamo sopra, per ricordare la posizione.
Cani che non mangiano da anni, almeno così parrebbe, a vedere da come ronzano intorno ai loro escrementi.
Ma noi segugi non riusciamo a seguire questa strategia. Il problema sono le cagne, a volte troppo distratte, a volte semplicemente troppo in calore per poter fare distinzioni.
Avanzano i cagnacci, quelli senza un perchè. Noi segugi, fieri ed eleganti, annaspiamo in questa gara disperata.
Ma non sarà sempre una questione di calore, non siamo solo istinto, non possiamo esserlo, siamo cani, ma non per questo.
Abbiamo puntato un osso, ancora non l’abbiamo con noi, ma quando l’avremo sarà per mangiarlo, che le buche non ci sono mai piaciute, che conservare non abbiamo mai saputo farlo.
* Questo post è gemellato, anzi, proprio nato siamese con quest’altro. Non sono stati maltrattati animali nè donne per la sua stesura. Ecco questa stronzata del maltrattamento me la dovevo risparmiare, che tra l’altro quando la leggo da qualche parte non mi fa nemmeno ridere. Ma questi sono gli effetti dell’acutil fosforo, si straparla e si strapensa e quindi qualche cazzata riesce a uscire fuori dal selettivissimo filtro.
La prima ultima notte
4 settembre 2006
Facciamo un rapido passo avanti, rivedo in scorrimento veloce le scene che ci conducono fino al punto che intendo usare come partenza. Vedo gente cadere, burattini impazziti schizzano alla velocità della luce per portarmi fino al momento decisivo. Ecco, ancora un altro po’. Bene possiamo fermarci qui, può andare bene.
Due giovani si baciano teneramente, lui le tiene il viso fra le mani mentre lei dice che non lo dimenticherà, ha tutta l’aria di essere un ultimo bacio, un addio. Lui sembra un po’ sfatto, forse si sta commuovendo, forse semplicemente non ci sta capendo un cazzo e trattiene il conato a stento. Lei sembra essere quasi riconoscente, ma da come ondeggia neanche lei deve essere al massimo della forma. Ma è una bella scena, anche l’autista del bus alle loro spalle deve pensarla così, scommetterei di averlo visto tirare su con il naso commosso. Ecco che lei sale a bordo, prende il suo posto, un ultimo sguardo a terra e via. Lui resta solo con un indirizzo fra le mani, un po’ spaesato, Empty Alcohol Bottle delle Ian Fays come sottofondo. Si dirige verso la metropolitana, poi torna su preso da un raptus di romanticismo, inizia a camminare con la città che si risveglia sotto di lui, un po’ alla volta.
Titoli di coda.
Ecco questa scena, la sua drammaticità, il potere di quell’addio così struggente, quegli occhi che non sembravano volersi perdere di vista, questo è la scena che mi interessava mostrare. Un momento molto cinematografico, seppure un po’ scontato, d’altra parte la vita è scontata. Le vite di quei due ragazzi erano normali, azzarderei quasi banali almeno per quanto riguarda il protagonista maschile. Ma la vita non fa schifo per questo, riesce talvolta a sorprenderti e lo fa proprio mentre hai infilato le dita nel naso.
Si perchè la poesia si concentra tutta in questa scena finale, in questo lungo (neanche tanto) bacio finale di due persone che non si rivedranno mai più. Si perchè se prendi tutta la storia che ha condotto a questo momento non è poi granchè, anzi, diciamo che è quasi di merda. A dimostrare la teoria per la quale l’esistenza tende per lo più ad essere piatta.
I due ragazzi in questione sono arrivati alla stazione sudati, prendendo un taxi solo quando le loro esigue casse gli permettevano di coprire la distanza. I due ragazzi avevano entrambi esagerato con gli alcolici e si erano trovati insieme solo per selezione naturale, tutti gli altri erano caduti in battaglia, uno alla volta, uno a uno. Il ragazzo non aveva neanche dove passare la notte, fatta eccezione per una scomoda sedia di una reception, abusivamente. Naturale che si fosse offerto per quella breve scampagnata, se non altro per riuscire a far passare le ore notturne in maniera più scorrevole. D’altra parte lei non aveva declinato l’invito, aveva esagerato lo abbiamo detto, da sola forse nemmeno ci arrivava su quel bus. Insomma niente amore travolgente, niente passione, niente di niente.
Non era nemmeno l’ultimo bacio pensandoci bene, anzi lo era, ma si commetterebbe una grave leggerezza omettendo il dettaglio che era anche il primo bacio.
Primo e ultimo se messi insieme diventano unico, come quella notte, quella loro ultima notte. Ecco deve essere stato questo che mi ha colpito. Basta, nient’altro.
Snusing
26 agosto 2006
Per la poca esperienza che mi sono costruito nel corso di una vita mal spesa ho capito una cosa, una stronzata. Ho capito che le donne, tutte le donne, amano un’idea, la amano alla follia fino a renderla reale ai loro occhi. Un volta realizzata per bene quest’idea provano a farla indossare al primo uomo che si trovano di fronte, il primo interessante almeno, salvo poi rimproverargli tutte le sue mancanze. Ed è come provare a entrare in un pantalone di qualche taglia più stretto: al momento della scelta, dell’acquisto, si convincono che sia il migliore, poi una volta davanti allo specchio quando non risponde ai propri desideri provano a far di tutto per farlo apparire come si vuole. Io credo di averla capita questa stronzata ma non ho mica idea di che farmene, la lascio lì, arte messa da parte. E’ da almeno un mese che non concedo tregua al mio fegato, il mio cuore ha già deciso di non opporsi, segue l’onda a peso morto cercando di farsi meno male possibile.
Un sapore amaro sotto la lingua che viene dal freddo prova a riscaldarmi, con discreti risultati.
My emptyness
17 agosto 2006
Il silenzio non è sintomo di morte, ma di altra vita. Il silenzio è solo un’altra forma di comunicazione, preferita talvolta al rumore, alla grafomania compulsiva.
In realtà sto solo cercando di colmare quel buco, quel vuoto, che mi è rimasto lì, proprio sotto lo sterno, si, sopra lo stomaco, come al solito. E non lo sto riempiendo di quello che manca ma di quello che lo scaverà ancora di più. Surrogati di serenità acquistati a buon prezzo e consumati furtivamente in ore ambigue. E anche se il vuoto cresce non lo sento, soffocato com’è dal fegato che si espande, compresso nelle amnesie temporanee faticosamente afferrate.
Brandendo lame così affilate inconsapevolmente puntate su di me hai reciso il mio respiro, per qualche secondo hai infilato la tua essenza nel mio vuoto, l’hai sistemato comodo, ma solo per qualche attimo. Ora l’assenza di tutto si è ingigantita dell’assenza di te, che resterà tale per colpa del mio essere scarsamente fisionomista.
Gira tutto intorno, farfalle che si prendono gioco di me, non si lasciano afferrare, ma un po’ alla volta ci riuscirò.
Allora le potrò ingoiare, una a una, gli bagnerò le ali con la mia saliva per non farle più volare, per riempire quel vuoto.
Le andrò a sistemare giusto lì, sotto lo sterno, si, sopra lo stomaco, come al solito.
Versus
26 maggio 2006
Sono due mondi che si confrontano, il vecchio contro il nuovo, la tradizione contro la traduzione. E così che capita che la giovane America si trova di fronte alla smaliziata Europa. La partita non può che essere totalmente fuori da ogni schema.
Ci sono silenzi che aspettano solo di sciogliersi in un bicchiere di birra, come una pasticca di aspirina c. Risultato assicurato, le rosse lavorano come devono e scorrono sotto i nostri occhi e sotto le nostre lingue come fossero fiumi in piena. Perchè ci sono maglie da conquistare e maglie da sfilare.
La seconda lingua tira un calcio alla prima, che si defila e lascia il campo. Ti trovi a capire gli altri, the others, e non decifri il resto, la parte più semplice.
Presto l’arena si trasforma in un desolato camposanto, fatto di croci, le nostre croci che noi stessi abbiamo pensato bene di piantare sui nostri inutili corpi, ma quanto li amo. Era il tutti contro tutti, tutti senza nessun obiettivo. Fenomeni da baraccone allo sbaraglio, che in virtù di un tanto sbandierato old style provavano a uscire indenni da iperboli difficili da seguire anche solo con gli occhi.
Solo quando tutti gli ultimi respiri sono esalati, annientati da una battaglia, senza nè vinti nè vincitori, ma comunque vinta, ricordando la vacuità del nulla che dava un senso ad un traguardo che non esisteva.
Quello che rimane lo ammiri al sole del giorno dopo, bucato, un sole che vede la nostra animosità sciogliersi come la medusa. Restano risate senza significato, se non per chi ha i ricordi dentro, e alito putrefatto di carogna.
Non poteva funzionare e non lo ha fatto, non si stravolgono i pronostici, non quando siamo noi stessi a farli. Nostro malgrado continuiamo a essere i migliori allibratori delle nostre esistenze.
Perchè il nuovo ce l’ha in testa il pallino del successo, quasi da riscatto per un’inferiorità intellettuale vecchia qualche secolo, come se in qualcosa come seicento anni si potessero recuperare due millenni.
Siamo sbilenchi, siamo senza futuro, ma solo perchè preferiamo scoprirlo un poco alla volta.
Sarò romantico, ma io voglio dirlo, non potrei farne a meno di questo marciume europeo.
Bohémiens
22 aprile 2006
La moralità è l’unico bene di lusso di questi giorni. La trasgressione è a buon mercato, la trovi sulle bancarelle dei mercatini e nelle botteghe artigiane. Povere anime pie si concedono fine settimana devastanti con pochi soldi. Non ci vuole niente, è lì dietro l’angolo.
E mentre in questo paese il televoto decide chi andrà al governo io non trovo niente di meglio da fare che rintanarmi. Io non ci voglio andare fuori, in mezzo a quella gente.
E magari poi un giorno verrà il tempo della poetica del eremitismo, io ne sarò un esponente. Ma nemmeno tanto, perchè precorro il tempo di rompermi i coglioni. Il problema è la ricerca, la ricerca delle parole, la ricerca del mood.
Nessuno si pone il problema della ricerca. Pare che a tutti interessi solo il risultato finale. Punto a, punto b, in mezzo niente. Il mezzo giustifica il fine dico io, altroché. Anche se tutto questo parrà soltanto manierismo, inutile esercizio ludico proteso verso il nulla.
Dopo aver passato settimane a criticare le religioni e il populismo mi accorgo di quanto tempo abbia potuto buttare. Non si tratta semplicemente di anni andati via in un soffio. E’ proprio la tragedia umana, la continua battaglia contro l’inesorabile scorrere degli istanti.
Si perchè per consolazione si considerano gli anni che passano, i mesi e le stagioni. Ho sentito gente parlare di lustri. Perchè male che ti vada non arrivi alle tre cifre e ti senti meglio, niente cifra tonda: sonno tranquillo.
Ma se considerassimo i secondi, peggio ancora gli attimi, allora ci sarebbe da non dormire la notte, per recuperare quanto meno.
Ma dormiamo, ché tanto il tempo non torna più e tanto vale essere riposati.
Dazed and confused
20 marzo 2006
Se non ce l’hai più l’età te ne devi pur rendere conto. Le farse sono più inutili delle mascherate. Che magari non è nemmeno il fisico che ti manca, quanto il cervello, la testa per tener testa a questo genere di colpi di coda giovanili, vedi neanche i bisticci di parole ti vengono su eleganti come un tempo.
Poi si sa che la difficoltà più grande del crescere sta proprio nel rendersene conto di essere cresciuti. In genere non ci si riesce mai, salvo poi ottenere questa consapevolezza quando ormai è troppo tardi e forse dovresti iniziare a renderti conto di essere vecchio. Arriverai con colpevole ritardo anche a quel punto, forse sarai già morto e diventato cibo da agricoltura biologica per biologicissimi vermi.
E le donne ti saranno scappate di mano, per sempre. Pensi all’ultima donna che avrai, perchè un’ultima ci sarà sempre. Non fa niente se sarà brutta o grassa, stupida o buffa, sarà comunque la tua ultima e ti piacerà per questo, la odierai per lo stesso motivo.
Il punto di non ritorno sono i discorsi pessimistici sul non futuro, che sai già che non hanno senso di esistere, ma li fai lo stesso perchè così ti senti più maturo, che in fondo bisogna pur saper perdere e accorgersene di aver perso, in tempo. Perchè si gioca così e lo sai, non si può vincere, al massimo ci si può arrendere con classe.
In ogni caso, non importa il vestito che metterai alle tue parole, non conta nemmeno l’acconciatura che rifarai ai tuoi pensieri, sono solo stronzate che ti servono per guardarti allo specchio con occhi un po’ più ciechi.
E pensare che per esplicare tutta questa filosofia da cesso di autogrill ti bastava un’ammissione semplice e onesta.
Si, in fondo ti basterebbe solo dire: ho chiuso con le armi di distruzione di massa, IO ho chiuso con il campari-gin.
So what?
22 gennaio 2006
E allora cosa?
Che ti sarebbe dovuto bastare il pettine e invece volevi anche la raspa. Ti ho seguito come si segue il corso di un fiume, fiducioso nella foce, mi sono ritrovato a seguire un affluente. Bella roba. Come se tutti i serpenti fossero velenosi, come se per forza tutti dovessero averne paura. Ho imparato ad avere paura per non dovermi scoprire senza coraggio.
E allora cosa?
Che forse non avrei dovuto provare tutti quei rimorsi a causa di quella felpa, unta si, ci mancherebbe, ma onesta, non nascondeva niente, nè niente offriva. E invece cosa avrei potuto fare? Diventare il mago dell’illusionismo, adesso c’è, adesso non c’è più. Sai che c’è? Che ho capito che avevo dimenticato come ci si arrampica per poi scoprire di non saper nemmeno salire.
E allora cosa?
Sono tutte cazzate quelle che faccio, lo so, anzi me lo hai insegnato tu, però arriva l’istante in cui scegli le cazzate, che sono tue, che le partorisci tu, piuttosto che abbracciare cazzate che ti ha dettato qualcun altro. Come se poi rinchiudersi in un club da dodici euro a cocktail fosse più intelligente rispetto al rischiare l’arresto per un bagno un po’ azzardato. Il fatto è che ho provato a convincermi di saper immergermi solo per non ammettere di non sapere stare a galla.
E allora cosa?
Solo questo non riesco a capire ancora.
This scene is dead
20 novembre 2005
Ci sono tante cose che mi danno motivo per grattarmi la testa di questi tempi. Per questo parto a ruota libera.
Sono totalmente affascinato dalla classe con cui le donne si scambiano complimenti per ogni futilità, siano le scarpe nuove, la borsetta, quella non manca mai, i capelli uguali a quelli della settimana prima solo che freschi di parrucchiere. Non è tanto l’entusiasmo che mi sorprende quanto la meccanicità e di conseguenza la falsità con cui questi complimenti volano nell’aria.
Sono totalmente incantato di fronte al ritmo sessuale di alcune persone che per contingenze varie si trovano a stare con la propria donna periodicamente e non continuamente. Sono meravigliato dalle estenuanti jam sessions non stop che si concedono, come se fossero una macchina al contrario, come se invece del pieno si dovesse fare il vuoto, come se fosse cumulabile. No che non lo è.
Sono sbalordito e allo stesso tempo contento di come i tagli sul mio corpo non guariscano mai anche se ad una prima analisi sembrano non sanguinare. Godo nello scoprire le vulnerabilità di sempre venire alla luce, ma non c’è dolore, è solo sentirsi ancora vivo, sperando che duri il più possibile.
Sono interdetto di fronte alle mille conversazioni, riguardanti la tempratura rigida, a cui mi devo sottoporre in questi giorni. Sembra che la gente non pensi ad altro, come se fosse davvero così terribile. Pare che tutti amino puzzare e dover sudare a quaranta gradi all’ombra. Come se non fosse meraviglioso, invece, respirare quest’aria così tersa.
La quotidianeità mi appaga, certo corroborata da drink che sembrano non arrivare mai al fondo. L’effetto collaterale è la malinconia. Prima sembrava intristirmi pensare al mio passato, l’adolescenza, poi l’essere un bambino. Adesso sono peggiorato, iniziano a mancarmi anche le vite passate dagli altri, potrei sorprendermi ubriaco a causa del rimpianto dell’infanzia negli anni ’50 di un qualunque personaggio che l’ha vissuta.
La follia è sempre difficile da accettare prima ancora che da riconoscere, non per chi la vive, quanto per chi la deve compatire. Ma non è detto che io non sia più sano di loro.
Succose novità
14 novembre 2005
Allora andiamo a vedere ciò che i demoni del fumo nero possono evocare.
Studi dimostrano che quando si naviga su internet si usano gli ipertesti, non sappiamo più dove andare e siccome c’è tempo da perdere si seguono link a caso e tutti siamo felici e contenti.
A questo aggiungiamo che i blog di successo sono una successione di casualità e autoreferenzialità.
Ok, scusate la confusione, ma io apprese queste leggi ho deciso di sfruttarle a modo mio. Già c’erano i post a caso che spero abbiate sfruttato a dovere per sprecare il vostro spare time. Ora c’è anche l’autoreferenzialità, infatti sotto ogni post aperto singolarmente, tipo quando si commenta, c’è una piccola lista di suggerimenti per altri articoli correlati a quello che vi siete appena gustato. Così in teoria potreste passare anche otto ore a leggere le mie stronzate.
Per questo splendido servizio si ringrazia eìo per la pazienza e la competenza, grazie alle quali si è guadagnato un onorevolissimo link nella mia esigua lista.
C’è un’altra novità anche se meno importante, io non elucubro più, io partorisco con dolore. E dico io ci volevano venticinque euro per farmi venire in mente che un ragazzo incinto partorisce e non elucubra? Con dolore sta là solo per rendere il blog più pulp.
Poi altri piccoli cambiamenti nella barra laterale, passato a caso è diventato figli a caso, archivio ora è anagrafe, last but not least adsense è diventato per i pannolini, spero abbiate buon cuore che fino ad ora nemmeno un pacchetto di frisk mi ci compro. Se avete qualche idea per altri nomi nella barra laterale fatevi avanti.
Questo è quanto, io sto bene.