The game needed me
25 aprile 2007
Avevo una famiglia, avevo un lavoro, avevo tutto. Avevamo comprato una casa, l’avevamo arredata con gusto, l’avevamo riempita del nostro amore fino a quasi farla esplodere. Guadagnavo trentamila euro all’anno, non una gran somma, però uniti a quelli che guadagnava mia moglie iniziavano a formare una cifra interessante.
Il lavoro mi piaceva, non era abbastanza duro, tutti i giorni alle cinque del pomeriggio ero a casa e avevo tutto il tempo per pensare a me stesso.
Tutta questa serenità però ben presto ha cominciato a darmi alla testa, stavo impazzendo. Mia moglie era semplicemente perfetta e non c’era volta che rientrassi a casa e lei non mi desse un bacio. E io di rimando le baciavo la fronte e poi il naso e infine le labbra. Ma tutto questo avveniva sempre con minore intensità, poi addirittura la velocità della sequenza iniziò a diventare carente.
Abbiamo provato ad avere dei figli ma non ci siamo riusciti. La colpa era sua, così hanno detto gli specialisti, io l’ho abbracciata e le ho detto che non doveva preoccuparsi, che il nostro amore bastava.
Invece non è bastato e io ho cominciato a tradirla, con colleghe al lavoro, con ragazze giovani e disperate, semplicemente con donne che pagavo.
Poi ho iniziato a bere, di nascosto, avevo sempre in macchina una bottiglia di qualcosa. Bere mi dava quel pizzico di autocommiserazione che non trovavo in nient’altro, non negli amici, non nelle puttane che pagavo.
Una sera sono tornato a casa ubriaco, ci tornavo ogni sera a dire il vero da un po’ di tempo, ma quella sera di più. Mia moglie non mi venne incontro, era sul divano bianco, mi sente aprire la porta, alza gli occhi e la guardo, stava piangendo.
E allora io le chiesi perchè cazzo stesse piangendo, che mi rompevo il culo per darle quel divano e quella casa e quella vita, ma lei continuava a piangere. La afferrai per le spalle e lei si fece piccola piccola, come quando raccogli un uccellino caduto dal nido e dimenticato dalla madre. Mi guardava con occhi impauriti, ma non era solo quello, i suoi occhi erano vuoti e si erano svuotati all’improvviso, li avevo visti mentre si svuotavano.
Si liberò dalla mia presa, senza nemmeno troppo sforzo, prese una piccola valigia, di quelle che chiamano trolley, che aveva dietro il divano e il cappotto all’ingresso e se ne andò via sbattendo il portone alle sue spalle.
Nel momento in cui sono rimasto solo mi sono sentito rilassato, come se aspettassi quel momento, mi sentivo padrone della situazione, pensavo che prima o poi sarebbe tornata, che prima o poi anche io sarei tornato, in me, pensavo che tutto sarebbe tornato come prima.
Non l’ho più rivista, mai più. E di me resta un ombra, l’immagine sbiadita di quello che una volta era un uomo e che ora è semplicemente un vecchio che puzza di gin e sperma, ma non sono vecchio.
Lei mi manca, forse, mi manca la mia vita, credo, io mi manco, ecco.
c’è sempre qualcosa di sbagliato nella perfezione.